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Introduzione all’itinerario di studio e metodologia di ricerca

È ben noto come gli studi recenti, tendano sempre più a porre in significativo risalto ’ineludibile rapporto tra iconografia e storia, conferendo all’iconografia, una marcata storicità, in quanto documento di spiccato valore metodologico e storiografico.

Lo studio intende esaminare – attraverso l’utilizzo dei più recenti strumenti iconografici – due casi di un culto ampiamente attestato nel territorio di Mottola (Taranto) quello dei SS. Margherita/Marina di Antiochia e Nicola di Myra o di Bari.

Il repertorio dell’apparato decorativo all’interno dei due siti esaminati è inteso a meglio chiarire quel rapporto tra componente agiografica e componente iconografica. Tale partizione è suggerita dalla necessità di mettere a confronto i testi agiografici della Vita dei due Santi e le testimonianze pittoriche di una specifica area cultuale, ubicata in ambito rupestre attraverso la descrizione degli affreschi, l’analisi dettagliata delle iscrizioni lasciate dai vari committenti (laici o religiosi) ai piedi del pannello iconografico, nonché le numerose iscrizioni votivo – deprecatorie, esegetiche e parenetiche, contestualizzati nel periodo di massima fioritura della “vita in grotta”.

Lo studio si orienta verso un “tracciato” del quadro generale concernente l’evoluzione degli studi storiografici recenti circa il fenomeno della civiltà rupestre, in modo da poter affrontare, nella fase successiva, un tema poco dibattuto e quasi mai realizzato, ossia, l’utilizzo di questi affreschi come autentici documenti storici al fine di pervenire al confronto tra questo tipo di testo/documento (iconografia) e quello dei documenti scritti (testi agiografici) della Vita dei due Santi molto venerati nella tradizione religiosa del Mezzogiorno d’Italia.

Le due discipline, quella iconografica e l’altra agiografica, si presentano diverse, ma affini, sia nell’oggetto sia nella metodologia di ricerca.L’aspetto religioso diventa uno delle tanti componenti del variegato mondo rupestre, costituito da componenti etniche diverse e da tramiti e imprestiti culturali trascurati dai precedenti studi: si pensi alle vie dei pellegrinaggi, al movimento delle Crociate, all’influenza degli Ordini monastici e cavallereschi, nonché all’incidenza dei traffici commerciali tra Oriente ed Occidente.

L’Italia meridionale e particolarmente la Puglia, si connota in tal senso come regione privilegiata, dal momento che, questo “tacco geografico” ha svolto un eminente ruolo di ponte/crocevia tra Oriente ed Occidente, oserei dire, due variegati mondi: si pensi agli intrecci politico – dinastici, relazioni artistiche, linguistiche e devozionali.

Innanzitutto ciò che emerge nella ricerca è che il motivo ispiratore di questa “cultura delle grotte” fu dato dal Cristianesimo, specie nelle sue manifestazioni cultuali, strettamente legate con la devozione verso i Santi sia della Chiesa greca sia della Chiesa latina, le immagini dipinte all’interno delle cripte si offrivano all’immediata lettura – fruizione dei fedeli.

Il monachesimo medievale in particolare benedettino, negli indirizzi spirituali ed organizzativi, fu senza alcun dubbio, il centro di elaborazione e il canale di trasmissione di questa cultura. Inoltre, con il declino del dominio bizantino e la dominazione normanna nel Mezzogiorno d’Italia, via via si usurava l’organizzazione del monachesimo italo-greco non più sostenuto politicamente, ma senz’altro duraturo risultava essere il modello culturale-iconografico, sostenuto probabilmente da gruppi sociali greci o di estrazione greca (monaci e laici, come si evince dai resti delle iscrizioni all’interno dei due siti presi in esame) che in età normanna lo riproponevano nelle chiese rupestri accanto a modelli di ispirazione o di fattura prevalentemente latina.

Dall’indagine emerge che, la permanenza in molte aree geografiche dell’Italia meridionale – la Puglia, la Lucania, la Calabria e la Sicilia – di un culto greco da un lato e la scarsa omogeneità socio – politica (secc. IX – X) dall’altra, non rendono facile, un discorso agiografico di tipo unitario.

In queste aree geografiche una delle Passio più diffuse in ambito iconografico, è quello della martire Marina/Margherita, mentre, il Santo più popolare e insuperabile (sia nell’ambito della sfera cultuale nonché iconografica) resta il S. Nicola di Mira o di Bari. Dall’indagine è emerso che spesso i due Santi risultano associati all’interno dello stesso “invaso sacrale” sia esso rupestre sia subdivo. La spiegazione dell’accostamento potrebbe essere data dal fatto che la Santa antiochena è oggetto di una devozione prevalentemente femminile in quanto protettrice delle partorienti; la risposta per il San Nicola può essere rinvenuta negli atti rituali relativi al mondo delle fanciulle nubili che in Puglia accompagnano la festa del Santo, tuttavia, la protezione di Nicola per le fanciulle è sempre stata universalmente riconoscita e trova la sua giustificazione proprio nel celebre episodio della Praxis de tribus filiabus ossia “La dote alle tre fanciulle povere ”.

La metodologia utilizzata per tale studio è quella “dell’interscambio” quella cioè tendente a far confluire e dialogare le due diverse fonti: l’agiografica e l’iconografica.

Infatti, all’interno dei due “monumenti” religiosi presi in esame, sono dipinti sia le scene della Passio di Santa Margherita sia l’episodio della Dote alle fanciulle povere, l’unico attestato in ambito rupestre, relativo alla Vita di San Nicola. (Appendice FARE)

Le due cripte, probabilmente, sono state capaci di catalizzare la pietas popolare, riproponendo non solo la stessa iconografia delle chiese subdivo ma anche la medesima eterna esigenza dell’uomo, ossia la rassicurazione nella preghiera pro remedio animorum.

Superata l’ottica di accostamento dal punto di vista dei testi agiografici – iconografici, l’indagine prosegue verso gli aspetti correlati alle aree dominate da fondazioni ecclesiastiche, dalle incidenze devozionali – cultuali e liturgiche, da correlazioni artistiche specifiche, si pensi agli Exultet o al manoscritto o codice miniato italo-greco della Badia di Grottaferrata del XIV secolo, che conserva il proprium innografico, liturgico ed alcune scene del martirio della vergine martire Marina.

Nell’ultima parte della ricerca si è cercato di far riemergere alcuni elementi di continuità di temi, e di trovare punti di contatto analoghi, in modo da definirne la genesi e la diffusione riferita non soltanto al culto, ma anche all’iconografia dedicata ai due Santi.

Un valido esempio è dato dal confronto e dalle assonanze stilistiche con i dipinti rupestri di Melfi (Potenza), di Laterza (Taranto), di Andria (Bari) ed infine con i pannelli lignei agiografici di Bisceglie (Bari) oggi presso la Pinacoteca Provinciale di Bari.

Va dett o che la metodologia comparativa, condotta su differenti tipologie di fonti: (agiografica, liturgica, iconografica) ha permesso di cogliere anche alcune dinamiche politico – istituzionali e culturali, sottese allo sviluppo del culto dei SS. Nicola e Margherita. Per quest’ultima, tuttavia, va evidenziato che la rappresentazione iconografica risulta essere l’elemento preponderante rispetto alla fortuna cultuale in auge nell’Occidente medievale. Infatti, è stato possibile rilevare che la rete delle istituzioni monastiche benedettine e il movimento crociato, furono uno dei principali veicoli di diffusione del culto della Santa.

Le implicazioni dei complessi e articolati movimenti sopra citati, presentano risvolti non trascurabili ai fini della definizione dell’intricato fenomeno qui considerato: si pensi alla diffusione di culti esogeni e al fenomeno della traslazione o del trafugamento di reliquie, come nel caso di S. Nicola da Mira a Bari.

Alla fine di questo studio si è ritenuto necessario inserire un Appendice con la trascrizione di alcuni documenti finalizzati alla verifica del discorso sul villaggio rupestre di Casalrotto, località in cui sorgono le due chiese rupestri dedicate ai Santi presi in esame.

In tal senso, una innovativa indicazione è emersa dallo studio e dalle trascrizioni delle fonti documentarie esistenti, relative all’agglomerato grottale (diplomi, donazioni, bolle, vendite) cospicue testimonianze presenti presso l’Archivio della SS. Trinità di Cava dei Tirreni.

L’affermazione non è fuori luogo, dal momento che, presso l’Archivio, si conserva il patrimonio dello scriptorium relativo al complesso monastico benedettino della Ecclesia Sancti Angeli di Casalrotto di Mottola.

Esso comprende libri liturgici di notevole fattura: Vitae Patrum, Dialogum Sancti Gregorii, Manualem de dom.no Isaya, Origo Gentis Longobardorum, vale a dire, il Codice delle Leggi Longobarde che ha deciso le sorti dell’intera Europa per gran parte del Medioevo, oltre a numerosi testi sacri, unitamente agli altri bona ecclesiastica: incensieri, candelieri, paramenti sacri della Ecclesia Sancti Angeli, donati ai monaci Goffredo e Alibrandino, la domenica dell’ 11 febbraio 1263, dall’arciprete Eustazio di Casalrotto. (Appendice p.17- doc. I)

In conclusione dall’indagine emerge che la cultura delle grotte non è né alternativa né subalterna a quella urbana come si può ritenere comunemente ma attraverso le scene esaminate e le loro corrette sequenze, ci si imbatte in un livello culturale uguale o superiore per una civiltà ritenuta spesso e a torto inferiore o subalterna a quella urbana. Infatti, la ricorrente e fedele tessitura delle “Storie di SS. Margherita e Nicola” all’interno della cripta mottolese, fa presupporre che ci si possa essere serviti non solo di testi scritti sia greci sia latini sulla vita dei due santi ma anche di codici miniati o delle stesse icone lignee biscegliesi.

In linea generale, nell’ambito di questo studio, non poche difficoltà si sono presentate volta per volta. Uno degli ostacoli più frequenti è rappresentato dalla carenza delle fonti documentarie inerenti ai due “monumenti ecclesiastici in rupe” e soprattutto alla lacunosità di non pochi dipinti, talvolta dei veri e propri lacerti ma impregnati sia dalla cultura greca sia da quella latina.

Quando si parla di influenze greche o di culture diverse da quella latina-occidentale, emerge la necessità di adottare la “metodologia comparativa” ossia prendere in considerazione altre aree geografiche dell’Italia meridionale che conservano il culto di entrambi i Santi o come nel caso della Calabria, il culto per Santa Marina. In tale contesto bisogna vedere innanzitutto quali erano i testi agiografici circolanti nel periodo preso in esame (secc.XII-XIV) e da tale considerazione cronologica analizzare lo studio di alcuni testi come ad esempio le miniature del Codice italo-greco di Grottaferrata, ossia il Cryptense B.b. VIII (a. 1332-1333). Si tratta di un manoscritto di piccolo formato, un libro liturgico trascritto dal copista Georgios Taurozes di Tropea, attivo nella città calabrese nel XIV secolo. Ai (ff. 15-37) si conservano delle graziose raffigurazioni ispirate alla Vita della martire Marina, alcune delle quali, inedite. Dall’analisi emerge che nel XIV secolo ancora circolava la vivace vitalità della cultura greca (sia in ambito iconografico sia agiografico, dato che, dal piccolo formato del codice, si deduce che presumibilmente doveva trattarsi di un “tascabile agiografico”) in un periodo in cui il processo di latinizzazione si era ormai compiuto e concluso.

Alla luce delle deduzioni emerse, attraverso l’analisi dei due contesti “l’agiografico e l’iconografico”, nonché l’aspetto cultuale relativi ai casi dei SS. Nicola e Margherita, titolari di cripte nel Mezzogiorno d’Italia e in particolar modo nell’area jonico – tarantina in questione, si ritiene che il culto dei due Santi orientali era ampiamente attestato all’interno della civiltà rupestre, probabilmente ancora caparbiamente legata alla cultura iconografica bizantina (gli affreschi all’interno delle cripte mottolesi si collocano in un ambito cronologico che va dal XII al XIV secolo)

Il vilaggio rupestre di Casalrotto (Casale Ruptum) nel Medioevo (secc. XII-XIV)

Il Casale Ruptum, uno dei più noti ed interessanti villaggi rupestri nell’ambito del popolamento rurale pugliese, oggetto di studi e di vari convegni internazionali per circa un decennio, sorge in territorio di Mottola, in provincia di Taranto.

L’agglomerato grottale fa parte della cosiddetta subregione delle gravine. La città di Mottola sorge su di una collina a circa 387 metri di altitudine. È definita la “spia delle Puglie” poiché dall’alto della vetta osserva il golfo di Taranto e l’Appennino Calabro – Lucano.

Il suo antico nome si può riconoscere in una serie di varianti medioevali: “Motula”, “Mutula”, “Moetila”, ed infine “Motola2.

Nel 1080, dopo la resa di Taranto, Roberto il Guiscardo, primo Duca di Puglia, figlio di Tancredi d’Altavilla, concesse in feudo le città conquistate che ripartì in tante Contee. A Riccardo Senescalco, suo nipote, figlio del Gran Conte Drogone d’Altavilla, toccò in sorte la Contea di Mottola e Castellaneta. Sotto la sua signoria la città incominciò ad acquistare importanza politica ed economica. Egli elevò Mottola a cattedra episcopale e nel suo vasto territorio, vi fece edificare dall’abate Pietro di Cava dei Tirreni, tre celebri monasteri benedettini: Sant’Angelo, San Vito e Santa Caterina.

Il villaggio rupestre di Casalrotto, in territorio di Mottola, raggiunge il massimo splendore nel XII e inizio del XIII secolo. Infatti, già verso la metà del XIII secolo, si iniziarono ad avvertire i primi segni di declino, accentuatosi a partire dal XIV secolo.Non ci sono notizie documentarie sul sito riguardanti il periodo altomedievale. Secondo gli studiosi è probabile che il monastero rupestre di S. Angelo sia stato fondato da religiosi italo–greci durante la seconda colonizzazione bizantina (secoli IX – XI) anche se dalla mia indagine e dai miei studi relativi all’area, non ho rinvenuto alcun documento che mi attesti tale origine.

Il toponimo più antico del casale documentato dalle fonti del XII secolo è Casale Ruptum. Può significare “casale rotto” tenuto conto della fenditura valliva della lama , ma anche “case a grotta”. Diverse sono le notizie riguardanti il casale, riporto in Appendice solo alcuni documenti. Le prime sono riportate in una “Charta donationis” del 5 maggio 1081 (Appendice p. 18 – doc.n.II). In essa si riporta che il normanno Riccardo Senescalco3 con l’assenso del vescovo di Mottola Giovanni, donava al monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni i monasteri di S. Angelo, S. Caterina e S. Vito ubicati nel territorio di Mottola.

Nel novembre del 1099 lo stesso Senescalco donava alcune terre, insieme ai poteri giurisdizionali, a Nicola, priore del monastero di S. Angelo di Casalrotto. Come è stato già evidenziato nella prima parte della ricerca, nei documenti relativi al casale ruptum si fa riferimento anche alla rete viaria. Infatti il “tratturo Matine” da Mottola attraverso la “lama ad marinam4 tagliava le terre del “monasterium Sancti Angeli” fino ad arrivare al “casale ruptum”.

Una via di comunicazione importante era quella “quae venit a Mutula” che incrociava l’altra “quae venit a Palajano”, documentate sin dal 1099, questa via attraversava, secondo una direttrice nord – sud, “lo tomarolo della cripta di Santa Margherita”.

Numerosi tratturelli e sentieri, completavano il quadro della viabilità rurale che ridisegnata ed ampliata dai monaci Benedettini, garantiva un facile collegamento tra i numerosi insediamenti demici rupestri o subdiali, solo in tal modo, gli abitanti delle grotte, potevano partecipare ai vari processi di trasformazione socio–culturale ed economico.

Un’altra bolla del 1238 del vescovo Giovanni attesta la piena autonomia del casale; inoltre, conferma la chiesa di S. Angelo alla Badia di Cava insieme ad altre importanti concessioni5.Dalla seconda metà del XIII secolo la esosa politica fiscale di Federico II e di Manfredi, nonché gli attacchi dei baroni alla proprietà monastica, contribuirono a svuotare il casale e lo stesso monastero rupestre di S. Angelo di Casalrotto dalle necessarie risorse produttive determinandone l’impoverimento e la decadenza.

Tale crisi si accentuò sotto il governo di Carlo d’Angiò che rese ancora più esoso il sistema tributario in territori ormai divenuti sterili ed improduttivi.

Nel 1254, infatti, si iniziano ad avvertire i primi sintomi di decadenza del casale, documentati da una bolla di papa Innocenzo IV (Appendice p. 18- doc. n. III ), nella quale si sconfessano i tentativi di infeudamento delle dipendenze mottolesi da parte dell’imperatore svevo.

Al 1263 risale la donazione da parte dell’arciprete benedettino Eustasio di Casalrotto (Appendice doc.n. V ) all’abbazia madre di Cava dei Tirreni del prezioso codice Origo Gentis Longobardorum, redatto da amanuensi di scuola beneventana e risalente, probabilmente al 1005; esso si conservava nel priorato di Casalrotto. Il Codice rappresenta il più importante segnale della presenza longobarda in territorio mottolese, poiché, si tratta di una narrazione analitica delle origini di questo popolo (VII secolo) e delle leggi posteriori a Liutprando († 744).

La donazione dell’Origo e di svariati altri beni mobili all’abbazia madre di Cava è indice della ricchezza raggiunta dal monastero mottolese nel XIII secolo, nell’ambito della tradizionale opulenza dei benedettini, ma anche un primo segnale della grave crisi che si sarebbe abbattuta sul casale. Infatti, durante il XIV secolo si avvierà un lento e progressivo periodo di spopolamento e la conseguente decadenza del casale.

In una lettera del Giustiziere di Terra d’Otranto a Carlo II d’Angiò del 1307 si legge che le guerre di successione tra le fazioni angioine e le forti imposizioni fiscali, avevano costretto gli abitanti del casale a devastarlo e abbandonarlo. Nello stesso documento si cita la lettera scritta a Carlo II d’Angiò dal priore Pietro di S. Angelo di Casalrotto, il quale, affermava che nei territori del monastero, vi erano ancora circa trenta famiglie.

Tale spopolamento non toccò solamente Casalrotto e la Puglia6, ma anche molte altre zone del Mezzogiorno d’Italia, come la Lucania e la Sicilia. Ciò si verificò non solo a causa di problemi di natura economica, politica e bellica, ma anche a causa di eventi di natura climatica dovuti con ogni probabilità alla scarsità di piogge che avevano reso le terre sterili e aride.

Con un diploma del 27 aprile del 1347, Roberto7Costantinopolitanus Imperator Romaniae despotus Achayae et Tarenti Princeps ”, conferma all’Abbate Maynerio di Cava tutti i diritti acquisiti sul territorio di Mottola, dal Priorato di Sant’Angelo di Casalrotto e per esso dal nucleo demico, con sentenza del 1231, tranne “Sylva plana, dum est in defensa Imperatoris Federici”.

Nello stesso periodo altre sentenze8 ribadiscono che gli abitanti dei territori del monastero hanno l’obbligo della residenza e dell’espletamento di mansioni di servizio a favore del priore di Casalrotto.

Nel novembre del 1616 i monaci Cavensi vendettero il territorio di Casalrotto al Marchese di Mottola Marco Antonio Caracciolo, il quale nel 1653, cedette a sua volta Casalrotto e l’intero feudo mottolese9 a Francesco II Caracciolo, duca di Martina Franca.

Le chiese rupestri

Le chiese rupestri di Santa Margherita e di San Nicola nell’agro di Mottola costituiscono, per le loro valenze storico-iconografiche, le più significative testimonianze della civiltà rupestre nel villaggio di Casalrotto (Casale Ruptum).

Circa la chiesa di Santa Margherita, la prima citazione sembra risalire al 1399, cioè al periodo angioino, durante il quale accese furono le lotte di successione fra Ludovico II e Ladislao. Nella Cronaca che riferisce lo scontro tra i due contendenti si fa riferimento allo stazionamento di truppe nei pressi di Petruscio e ad una chiesa dedicata a “Santa Margherita”. Infatti, si accenna che l’esercito di Ludovico: «Fuit ante Tarentum in Sancta Margharita et … ivit et attendavit apud Petrolisum».

Se nel “Petrolisum” si dovesse riconoscere il toponimo di “Petruscio”, tuttora esistente, è probabile che la denominazione di “S. Margherita” alluda proprio alla cripta anzidetta. Altra labile traccia ascrivibile al “monumento rupestre” sembra comparire nel 1578. Nei documenti della visita pastorale del vescovo di Taranto, Lelio Brancaccio, effettuata alla badia cistercense di S. Maria del Galeso, infatti, si parla di una “grancia di S. Margherita”.

8 Il primo documento esistente riguardante esclusivamente la gente e il territorio di Casalrotto, indipendentemente dalla Chiesa e dal Monastero di S. Angelo è una pergamena del marzo 1231. Si tratta di una sentenza del Giustiziere e di alcuni Giudici della Curia di Taranto contro un tale Gualtieri Gentile, signore di Mottola, il quale, molestava il Monastero cavense, usurpandogli alcuni diritti, che dal Giustiziere Enrico De Marra e dai Giudici Roffredo De Sancto Germano e Pietro, furono restituiti all’Abbate Balsamo nel penultimo anno del suo governo (1208 – 1238). Dello stesso anno (1231) si conserva un’altra sentenza contro lo stesso Gualtieri Gentile, il quale, intendeva privare gli abitanti di Casalrotto dell’antico diritto «utendi pascuis, aquis, lignis, hortis, piscinis et cisternis, ducendi et reducendi animalia, eundi, redeundi, agendi, auriendi et aquandi, exceptis illis, quae olim tempore Regnum fuerunt in defensa, videlicet quodam canneto in loco qui dicitur Canneti, et silva plana, dum est in defensa Domini Imperatoris Federici; et sint et fuerint in quasi possessione iuris laborandi, colendi, et seminandi in terris Mutine, salvo terratico…». Sulla facciata esterna della pergamena (arc. XXXXIX, n. 32) c’è la scritta Magni Valoris, in A.S.T.C.T.

Un riferimento certo a questa chiesa rupestre si fa solo nel 1616, nella vendita delle terre di S. Angelo al marchese Marco Antonio Caracciolo si afferma che il «tomarolo di S. Margherita» confina con i possedimenti venduti.

La chiesa rupestre è ubicata a circa un chilometro verso est, della Masseria di Casalrotto, in località Burrone S. Giorgio, è scavata verso una parete sinistra dell’omonima lama; essa rappresenta uno dei gioielli della civiltà rupestre.

Vi si accede attraverso una scalinata, ricavata nella roccia della gravina, a strapiombo sul burrone. La cripta, ha una forma molto irregolare ed è divisa in due parti: un ambiente rettangolare diviso da due pilastri in due navate che terminano in un fondo absidale con resti di un altare addossato al muro, decorato a cerchi e losanghe.

Gli ambienti sono muniti del sedile in pietra (subsellium) che corre tutt’intorno, e che è più alto nel vano a sinistra. Due archi sostenuti da pilastri, mettono in comunicazione il locale sinistro con quello destro che termina in una nicchia.

Segue un profondo vano in cui vi è il residuo di un secondo altare addossato ad un pilastro, con una piccola apertura comunicante con l’esterno: forse si tratta di un’apertura occasionale. La calotta absidale della parte destra è completamente affrescata. La larghezza totale della chiesa è di m 6,28; la lunghezza di m 9,70 (compresa l’abside); l’altezza di m 2,50; i pilastri, di cui uno monco, sostengono il soffitto piano, reggono due archi e dividono in due navate con abside, il grosso invaso rettangolare; il primo pilastro, a sezione quadrata, è collegato ad un altro in prossimità dell’ingresso creando con il terzo, che chiude e delimita lo spazio, una sorta di atrio, un portico interno, dunque una chiesa a sviluppo longitudinale con porticati laterali e due braccia ortogonali.

Le prime notizie riguardanti, invece, la chiesa rupestre di S. Nicola sembrano risalire al 1081 quando Riccardo Senescalco, col consenso del vescovo di Mottola Giovanni, donò l’“Ecclesia Sancti Nicolai de Lama dicta Ria”, insieme ad un’estensione di terra coltivabile ed al diritto di pescare nel fiume Lato, all’abbazia benedettina della SS. Trinità di Venosa, fondazione molto cara al casato degli Altavilla.

Non è dato sapere se la chiesa donata dal Senescalco all’abbazia venosina sia proprio quella mottolese poiché non abbiamo alcuna testimonianza del documento della donazione effettuata. Elementi storici certi emergono solo nel 1603 quando la chiesa ed il relativo terreno di pertinenza vennero venduti dai coniugi Donato Boccarello e Paulina Materdona di Taranto al Signore di Mottola, Marco Antonio Caracciolo.

La chiesa è ubicata sul ciglio della gravina ed è possibile accedervi attraverso scale ricavate nella roccia ed adattate dalla recente struttura in ferro. L’invaso è a croce latina con sviluppo longitudinale. L’edificio presenta una netta divisione tra naos (aula) e bema (presbiterio). L’originaria iconostasi, tipica dello schema bizantino, resecata e abbassata con il passaggio dal rito greco al rito latino, è testimoniata dai residui muretti che delimitano il triforium (i tre cancella che consentono l’accesso nell’area presbiteriale).

Lo spazio della chiesa destinato ai fedeli è suddiviso in tre navate. Quella centrale è il doppio delle laterali. Intorno all’aula, lungo le pareti e alla base dei pilastri, corrono i subsellia alti circa 40 cm. Sul fondo, al centro, si osserva l’abside piatta e rettangolare con resti di un altare greco monolitico. Nel bema sono visibili altri due altari di tipo latino addossati alle pareti (prothesis e diachonikon).

La cripta di S. Nicola, è lunga m 7,25; la navata laterale presenta una larghezza di m 1,20; quella centrale m 3,20; altezza m 2,80; altezza porta m 2,80; larghezza m 1,70; altezza dell’abside m 2,30 e profonda m 1,70.

La pietas popolare e l’eterna esigenza dell’uomo medievale: la rassicurazione nella preghiera pro remedio animorum all’interno delle cripte di Casalrotto

Al termine di questo excursus sulle chiese rupestre sembra opportuno inquadrare gli stessi luoghi del sacro in un contesto globale chiarificatore del loro ruolo a fronte della molteplicità degli aspetti loro strettamente connessi: pellegrinaggi, committenza, artisti, visitatori, culto.

La produzione pittorica medioevale pugliese rappresenta un indicatore della vivace cultura teologico–religiosa che connota tutta l’Italia meridionale. All’interno di questo contesto eminenti testimonianze sono quelle del comprensorio della civiltà rupestre presente nel Tarantino nord­occidentale, in particolare nell’arco jonico che comprende centri come Massafra, Ginosa, Palagianello, Laterza, Mottola. Qui è assente la produzione pittorica di natura ciclica; è diffusa invece la produzione iconica, cioè di pannelli singoli raffiguranti i santi, tant’è che gli studiosi in merito parlano di iconismo pugliese a carattere fortemente didattico-didascalico e votivo­devozionale.

Dunque, interessante è comprendere il ruolo svolto dalle due chiese rupestri all’interno della stessa comunità agro-pastorale.

Va rilevato che il Mezzogiorno d’Italia pur essendo un’area molto articolata sotto vari aspetti, al suo interno conserva pur sempre una significativa omogeneità se studiato nella prospettiva della storia della santità.

Osservando la “mappa” dei culti diffusi soprattutto nei secoli XIII – XV, emerge che in quest’area geografica, il catalogo dei santi antichi e tradizionali non si arricchì di nuovi nomi di origine locale, così come avvenne nell’Italia centro–settentrionale, dove numerosi furono gli enti, tra cui i Comuni che si fecero promotori di nuovi culti14. Infatti, i santi antichi e tradizionali hanno avuto e hanno tuttora una salda presa sulle popolazioni meridionali è dimostrato dall’esame dei patronati, con una netta prevalenza di figure della cristianità antica rispetto a quella medioevale e post– tridentina.

Dall’indagine è emerso che il santo patrono più diffuso sia ancora oggi un Santo orientale: Nicola di Mira.

In tale contesto bisogna tenere in adeguata considerazione il più radicato rapporto tra l’Italia meridionale e il mondo orientale nonchè la suggestione che esso ancora esercitava sulle popolazioni di quest’area, specie a livello iconografico.

Il perdurante influsso del mondo orientale sulla religiosità delle popolazioni meridionali è costituito dall’espressione circa la diffusione del culto dei Santi orientali come nel nostro caso quello di Marina e Nicola.

Se il Mezzogiorno d’Italia non fu una vera e propria “fabbrica di santi” e non accolse facilmente quelli che intanto venivano prodotti nel resto d’Italia e dell’Europa, non per questo fu un’area di pura conservazione. Infatti, con l’arrivo degli Angioini, Napoli e il resto dell’Italia meridionale fu letteralmente sommersa da un’ondata non soltanto di nuova cultura artistica, letteraria e giuridica, ma anche di nuove proposte devozionali come ad esempio il culto per la Maddalena.

La diversa, cospicua e reiterata dedicazione delle chiese rupestri, ai Santi Marina o Margherita e Nicola, fa presupporre altresì un consistente movimento di pellegrini nell’ambito rupestre del Tarantino occidentale.Circa le due chiese analizzate in questo lavoro potrei fare almeno alcune considerazioni per meglio esplicitare il culto e la dedicazione ai due Santi. E cioè che, innanzitutto, le chiese rupestri dedicate a S. Nicola sono proprio numericamente superiori a quelle di Santa Margherita; pertanto potrei

attribuire ciò al largo, diffuso e consistente culto in onore del Santo di Myra che era inizialemente circoscritto nel raggio geografico della Puglia e Lucania ancor prima della traslazione delle sue reliquie (1087). La preesistenza del culto nicolaiano nella città di Bari, è data dall’evidenza e dall’esistenza di alcuni documenti.

In primo luogo ne fanno fede tre pergamene del Duomo di Bari.

La pergamena dell’ottobre  1048  (Archivio Curia Arcivescovile di Bari) rappresenta una sorta di accordo tra <<Ursus f(ilius) Maionis» ed <<Epifanio f(ilio) Bisantii» entrambi di Bari, in merito ad una appartenenza di metà di una vigna situata nella località di Pallizzo. Le due parti dicono: <<Deinde venimus in curte sancti Nicolai confessoris Christi de ipsa pusterula» per prestare il giuramento. Ciò, dimostra che il nome di S. Nicola, costituiva già nel 1048, una parte integrante della città di Bari.

La pergamena del 24 agosto 1059, riporta la bolla ritenuta di papa Nicolò II, con la quale si conferma l’esecuzione già concessa dall’arcivescovo Nicola di Bari, alle chiese di S. Salvatore e di S. Maria, e fra le chiese <<subiectae» vi è quella dedicata a <<Sancti Nicolai in Turre Musarra».

Nella pergamena del 1073 si trova un’attestazione di <<Johannes presbiter et monachus» nativo <<de Terra Detento», il quale, dichiarava di ricevere in custodia da un certo <<Angelus diaconus», vicario di Pietro <<venerabilis electi archiepiscopi sancte sedis barine et canusine ecclesie», la <<ecclesiam sancti Nicolay da monte» a patto di reggerla per tutta la vita, obbligandosi di dare la metà dei proventi all’arcivescovo e di legare, dopo la sua morte, tutti i suoi beni alla predetta chiesa di S. Nicola.

Da questi documenti, è possibile rilevare come ci si allontana sempre di più dall’anno della traslazione barese del 1087, perciò, è difficile stabilire con esattezza l’antichità del culto nicolaiano in Puglia.

Per quanto riguarda S. Margherita, invece, tranne le scene agiografiche o presenze iconografiche dipinte oltre alle chiese rupestri dedicatele nell’area appulo-lucana, non si può parlare di un culto ampiamente attestato, diffuso e consistente. Dalla mia indagine riguardante la produzione pittorica rupestre un dato certo è emerso: cioè che i due Santi risultano spesso associati all’interno dello stesso invaso sacrale19. Quantunque abbia consultato vari testi sull’argomento, tuttavia non si è riusciti a trovare una esauriente spiegazione a tale accostamento, tranne le ipotesi da me evidenziate nel paragrafo precedente, ossia un culto prevalentemente femminile.

A differenza di S. Nicola, il culto per S. Margherita fu in auge per tutto il Medioevo al punto tale, da essere inserita tra i quattordici “Santi Ausiliatori” alla cui intercessione, il popolo cristiano ricorreva in quei momenti difficili della propria esistenza.

Una piccola traccia del culto è presente nel Salento, a Muro Leccese (Lecce) la giovane martire considerata come “Santa protettrice delle partorienti” o a Latiano (Brindisi) festeggiata come Santa patrona. Ciò che è emerso dall’indagine è la consistenza di chiese rupestri e sub divo e di pitture dedicate a questa Santa nonostante il suo culto non sia attestato né nell’area jonico-tarantino né nell’area lucana poiché la “protettrice delle partorienti” è Sant’Anna.

In conclusione, fu proprio durante il Medioevo che, la civiltà dei cosiddetti “rupestri”, espresse una cultura “originale”: essa, seppe estrarre dalle situazioni e dalle necessità contingenti, alcuni elementi suoi propri, valevoli per ogni tempo e paese, da porre a confronto e in contraddizione con elementi di altre culture; attraverso questi dipinti, gli abitanti delle grotte ci hanno trasmesso un “documento valido” della propria esistenza e della propria operatività. Essi scavando le chiese–grotta e dotandole di un corredo pittorico, manifestarono una specificità di espressione e una propria vitalità mai prima raggiunta. Tale produzione che prende le mosse proprio da una “pittura devozionale” si presenta come frutto di una religiosità popolare, immediata, una religiosità endemica che utilizzò comunque nel Santorale iconografico, schemi e criteri di sensibilità occidentale, orientale e locale, alla ricerca di un proprio linguaggio che forse, non fu mai raggiunto compiutamente.

Nella specifica area cultuale ubicata in ambito rupestre, il documento agiografico viene ben presto tradotto in documento iconografico, in tale area, è soprattutto la fonte iconografica a veicolare la diffusione del culto della Martire antiochiena.

A differenza di S. Nicola (popolare e veneratissimo nella tradizione religiosa del Mezzogiorno d’Italia e non solo) la popolarità di S. Margherita, invece, è ostentata dall’iconografia considerata la vera fonte di conoscenza della Vita della Santa, le immagini si offrivano all’immediata lettura– fruizione dei fedeli del luogo.

Un elemento peculiare è rappresentato dai committenti degli affreschi sia ecclesiastici che laici. L’intervento del committente è comunque limitato al singolo dipinto del Santo, probabilmente a quello più caro oppure al Santo omonimo, titolare della chiesa.

Le iscrizioni greche e latine che accompagnano queste pitture, non sono solo esegetiche ma soprattutto votivo–deprecatorie.

Il termine utilizzato per rendere riconoscibili le iscrizioni è il “Memento” (Appendice) un verbo riferito a qualsiasi formula riguardante i piccoli riquadri votivo-deprecatori che accompagnano alcuni dipinti rupestri.

Le medesime formule erano riportate sui margini inferiori dei rotoli liturgici, si pensi agli Exultet (per es. all’Exultet I) il cui testo è listato in una elegante scrittura beneventana, del tipo di Bari, prodotto forse, in un monastero benedettino.

Dallo studio delle iscrizioni lasciate ai piedi degli affreschi, emerge una netta prevalenza della committenza laica, anche se, risulta non semplice “appurare” con estrema esattezza, quando questa cultura laica si sia dilatata nell’ambito della civiltà rupestre e quanto essa vi abbia inciso. Risulterebbe dunque, infondato il presupposto di un’unica cultura dominante, sia essa laica che monastica.

Tuttavia, emerge soprattutto quel “rapporto bipolare” di un dialogo tra Oriente ed Occidente, un impatto tra due realtà diverse ma sostanzialmente unitarie, basato su di una molteplicità di incontri e influssi culturali e linguistici, visibili sia nelle “fonti iconografiche” conservatesi all’interno dei due siti in questione, sia nella conoscenza delle fonti agiografiche di autori greci e latini.

Ciò emerge dallo stato di alcuni affreschi, lacunosi, di difficile lettura e collocazione cronologica, da alcuni “palinsesti”, cronologicamente più antichi – tanto da necessitare di essere rifatti propter vetustatem – che il più delle volte, non consentono una lettura del programma decorativo originario.

In ambito agiografico, invece, per la Passio di S. Margherita, dai documenti scritti, si traggono scarsi tratti particolari sulla Vita e sul Martirio della Santa affinchè si possa affermare una certezza “storicamente” provata.

La devozione alla Martire è inscindibile dalla dimensione spazio–temporale in cui si colloca la chiesa–grotta a Lei dedicata; eppure, vita, morte, miracoli e leggende di S. Margherita che siano esse greche o latine, sono parallele ad altre Sante/Santi Martiri: si pensi alla leggenda di S. Giorgio, infatti, la stessa iconografia, rappresenta entrambi con ai piedi il sottomesso drago, a motivo delle visioni sataniche.

Di entrambi è messo in dubbio la “storicità” da parte dei bollandisti, eppure, come spiegare ai devoti che, Margherita in realtà si chiamava Marina e che il S. Giorgio non ha mai ucciso un drago per liberare una fanciulla, o ancora, come far comprendere, agli stessi devoti, l’infondatezza storica dei due Santi?

Il culto di un Santo, non lo si può ridurre alla genesi della sua leggenda poiché è talmente radicato nelle comunità o aree geografiche, tanto da diventare e generare modelli di usanze, comportamenti e feste; dimostrare l’inconsistenza storica di una leggenda o dell’esistenza stessa del Santo, non doveva giovare alla devozione popolare; un complesso di credenze, di tradizioni che mantenevano comunque l’unità di una determinata popolazione o comunità; leggende alle quali si ispiravano gli stessi pittori e scrittori agiografici.

Al di là del “giardino delle leggende”, la Vita scritta dedicata a Marina/Margherita, sembra aver insegnato e lasciato ancora oggi nella devozione popolare, una morale prettamente cristiana: la Martire orientale, rappresenta ed esprime (sia nei testi agiografici che iconografici) l’incontro con Cristo, la bellezza e la consacrazione verginale a Dio, tanto da vedersi trasformare nel tempo, il nome da Marina a Margherita (margarita) simbolo della perla bianca e pura.

Così come il S. Giorgio, esprime la forza della Grazia “contra nequitiam et insidias diaboli”, la testimonianza della Passio di S. Margherita, invece, appare quasi come l’esegesi del motto paolino “… mihi enim vivere Christus est et mori lucrum” [PHIL., 1, 21].

A differenza di S. Margherita, il Santo più venerato in Puglia, resta tutt’oggi il S. Nicola.

La storia del suo arrivo a Bari (1087) è la storia di una vera e propria trafugazione di spoglie, voluta dalla città marittima per “attribuire gloria” al proprio nome, assicurarsi un cospicuo numero di pellegrini e non per ultimo, sottrarre un Santo cristiano agli “infedeli”.

La fama del Vescovo di Myra, durante la sua vita, è legata ad alcuni episodi – anch’essi notevolmente intrisi di leggenda – e difficilmente accertabili, visto che, la prima biografia su Nicola, risale a molti secoli successivi alla sua morte, episodi caratterizzanti tanto da ispirare l’iconografia e gli stessi artisti di tutti i tempi.

L’iconografia della “dote alle tre fanciulle” ha reso inconfondibile il riconoscimento di Nicola, egli appare nella funzione di “elargitore di doni”, “protettore dei poveri e bisognosi”. Nell’iconografia rupestre, la “dote” diventa il codice di identificazione del Santo.

Nelle due chiese rupestri mottolesi, i Santi non si elidono ma si cumulano l’uno sull’altro, non solo per elementari prudenze scaramantiche da parte di una civiltà contadina, ma per una sorta di consapevolezza storica, in tal senso è possibile indagare i Santi come segni significanti dei vari strati epocali, contraddistinti ciascuno da una precisa specificità di funzione così come di fruizione: la S. Margherita invocata dalle partorienti, il S. Nicola , un Santo ormai pugliese, considerato il grande Taumaturgo a cui tutti possono chiedere aiuto e intercessione nei momenti difficili dell’esistenza umana.

Sono proprio le comunità locali con i propri culti, con la loro storia, le loro consuetudini, a costituire all’interno della tradizione religiosa del Mezzogiorno d’Italia, quel segno forte di conservazione, rappresentata da una propria “identità” religiosa/devozionale; un ruolo essenziale è stato svolto da queste comunità “rupestri”, ritenute spesso e a torto, componenti di un popolamento “minore”, “periferico”, “alternativo”, “contrapposto”, “subalterno” a quello che animava i centri urbani.

Un popolamento a lungo trascurato dalla ricerca e dalla letteratura ufficiale a causa dell’invalsa tendenza, largamente diffusa tra gli studiosi, a focalizzare gli interessi, verso modelli di comunità “subdiali” impregnate ormai da una grande e lunga tradizione storiografica.

GLOSSARIO (termini utilizzati per la descrizione delle chiese rupestri)

  • Abside = da apsis, parte terminale della chiesa dietro l’altare maggiore a semicerchio.
  • Aula = luogo riservato ai fedeli.
  • Bema = luogo riservato al sacerdote per la celebrazione dei riti sacri, è la parte più sacra del tempio, dietro l’iconostasi dove si trova l’altare.
  • Calotta = volta sferica, cupola
  • Diachonikon = indica l’abside a sud di quello centrale utilizzato per la conservazione dei paramenti, dei vasi e dei libri sacri, si tratta di una piccola sacrestia dietro l’iconostasi, a destra dell’altare.
  • Iconostasi = da eikon (immagine) e istemi (colloco), “luogo delle icone”, è il tramezzo ricoperto di immagini sacre che separa il bema dall’aula, cioè la navata dal presbiterio.
  • Naos = cella o pianta rettangolare destinata a custodire l’immagine di Dio.
  • Navata = Parte longitudinale in cui è divisa l’aula dalle file dei pilastri.
  • Prothesis = da pro (davanti) e tithemi (pongo), luogo dove si compie la preparazione delle offerte, a destra dell’abside, luogo in cui si celebra il rito della preparazione dei pani.
  • Subsellia = sedile o banchi in muratura circolari o rettangolari disposti lungo il perimetro di uno spazio sacro, destinato ai fedeli o ai presbiteri.
  • Triforium = nelle chiese del periodo romanico e gotico, il triforio era una galleria posta sopra le navate laterali con apertura a finestra a tre luci.

APPENDICE (doc. I)

Cava dè Tirreni, febbraio 11, 1263

Si tratta di una delle più notevoli donazioni fatte ai Benedettini di Cava al tempo dell’Abbate Tommaso, ceduti dall’arciprete Eustazio di Casalrotto di Mottola. Eustazio dona il prezioso codice delle Leggi Longobarde, proveniente da Casalrotto oltre ad altri preziosi oggetti d’uso ecclesiastico.

Archivio della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, Registri Thomae Abbatis, carta 23. Ed. F. GUERRIERI, op. cit., pp. 147-148.

Die dominico, undecimo februari, VI ind. (1263). Domnus Eustasius archipresbyter Casalis ructi, assignavit domno Goffrido vestarario Cavensis Monasterii et dopno Alebrandino armario eiusdem Monasterii bona ecclesiastica ecclesiae Sancti Angeli de Casali ructo, per eos detenta, ad opus et fidelitatem dicti monasterii conservanda. Videlicet: crucem unam argenti magnam, et duas cruces argenteas parvas deauratas, calicem unum et patenam de argento deaurato. Librum unum evangeliorum, cuius tabula una est argentea deaurata. Candilerios duos de loctone. Thuribulum unum argenteum. Camissas duas cum amictis, stolis, manipulis et cingulis oportunis. Planetam unam de cata[....]ito rubeo. Item planetam unam de seta in qua sunt depi[.]te aves. Item planetam unam de seta que vocatur de panno scaraficto. Item planetam unam de purpura fracti. Item pluviale unum de panno scaraficto. Item dalmatica unam de seta. Item planeta unam de seta fracti. Item planeta unam de seta nigra, tunicam unam de seta. Item pannum unum de purpura rotata pro altari. Sindones duos. Tobalias duas listatas. Item tobalias duas. Item librum unum biblie de duobus voluminibus. Planetas de lino quinque et de seta tres, et de fustano. Camissas de lino novem. Cortinas duas. Omelias tres. Justales tres. Graniles duos. Messale unum. Eplanpaule unum. Eptaticum unum, in quo continetur profetarum flos evangelicorum. Intefanarios duos. Nocturnale unum et alterum diei psalterium unum. Oratinale unum de domno Tudichi. Manuale de Archipresbytero unum. Oratinale unum. Preceptores duos. Breviarium unum. Vita Patrum. Dialogum Sancti Gregori. Manuale unum. Orago Longobardorum. Manuale de domno Isaya.

Reg. Thomae Abbatis.

(doc. II)

Mottola, maggio 5, 1081

Riccardo Senescalco, Signore di Mottola e di Castellaneta con la moglie Altrude e l’assenso di Giovanni, Vescovo di Mottola, dona al monastero della SS. Trinità di Cava, i monasteri di S. Angelo, S. Caterina, S. Vito, ubicati nel territorio di Mottola, e la chiesa di S. Lucia, nel territorio di Massafra insieme alle terre e ai beni ad esse appartenenti.

Orig., Archivio della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, B 15

Ed. F. GUERRIERI, Possedimenti temporali e spirituali dei Benedettini di Cava nelle Puglie, notizie storiche ricavate da documenti della Badia cavense (secc. XI-XVII), parte I: Terra d’Otranto, Trani 1900, pp. 133- 134.

In nomine Sancte et Individue Trinitatis. Ego Riccardus Drogonis comitis filius et Altrudis coniux mea, per assensum Johannis, Mutulensis Episcopi, offerimus et auctorizamus Monasterio Sancte Trinitatis; quod constructum est in loco Mitiliano Principatus Salerni hec monasteria: sanctum videlicet Angelum et sanctam Catherinam et sanctum Vitum, que constructa sunt in terra Mutule, atque ecclesiam sancte Lucie que constructa est in terra Masafri, cum omnibus eorum pertinentiis, tali tenore, ut hec tria prephata monasteria Monasterio Sancti Angeli sint subiecta. Insuper et dedimus tres villanos de Mutula cum omnibus eorum pertinentiis, ut sancto Angelo serviant, et duos villanos de Masafro cum eorum pertinentiis, ut Sancte Lucie servitium faciant et tertiam partem omnium piscium, quos abituri sumus de piscaria Patenusci. Concedimus preterea prephato Monasteri Sancte Trinitatis et tibi Domno Petro venerabili Abbati, tuisque successoribus, ut potestatem habeatis in piscaria illa, quot homines volueritis ad piscandum vobis ponere, et quot homines adducere et ponere in terra predictorum monasteriorum ad habitandum volueritis, adducatis et ponatis; et nihil alici persolvant, vel servitium faciant, nisi ipsorum monasterium parti et tantum de terra predictis monasteriis. Et vobis in matina dedimus ut satis pro duodecim aratris ad laborandum habeatis. Hec omnia Monasterio Sancte Trinitatis et tibi, Domne Petre venerabilis Abbas, ita damus, ut sempre in tua protestate habeas, et quod volueris tu et successores tui de his omnibus faciatis, ut a nobis, vel a nostris heredibus, seu a nostris posterioribus, vel a nostris heredibus, seu a nostris posterioribus, vel ab aliquibus hominibus nostre Terre, quolibet in tempore, ex hoc quod Monasterio tuo et tibi, tuisque successoribus damus, nulla contrarietas inferatur. Si quis autem Monasterio Sancte Trinitatis, cui Dei gratia prees, ut tibi vel successoribus tuis de his omnibus infestus extiterit, aut eorum quicquam minuere quolibet modo presumpserit, ex autoritate Dei omnipotentis et Beate sempre Virginis Genitricis Dei Marie et Beati Petri principis Apostolorum, atque omnium sanctorum, a consortio fidelium sit segregatus et anathematizzatus, qui net in hoc seculo pena multetur ut quinquaginta libra sauri, pro tanta presumptione prephato Monasterio cogatur evolvere.

Testamentum itaque huius donationis ego Ursus Prothonotarius Ducis (Roberti Guiscardi) scripsi. Anno Dominice incarnationis millesimo octogesimo primo, mense Maio20, indictione quarta.

t Ego Johannes gratia Dei Episcopus Sancte Sedis Mutulensis consensi.

t Signum manus supradicti Ricchardi

(doc. III) Napoli, novembre 20, 1254

La Bolla di papa Innocenzo IV è diretta all’Abbate Leonardo21 del Monastero della SS. Trinità di Cava. Il pontefice, con tale atto, revoca l’alienazione del Casale di S. Giacomo di Lucera, di S. Cosimo (Calabria), di Fabricae (Puglia) e Casalrotto (Mottola). Siccome il Monastero della SS. Trinità di Cava dipendeva dalla Curia Romana e quindi nulla poteva da essa venire alienato senza l’autorizzazione della Sede Apostolica, il Pontefice Innocenzo IV dichiarò che i quattro Casali ritornassero sotto l’esclusiva dipendenza dei Benedettini di Cava.

Orig.: Archivio della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, Pergamena – Indicazione moderna M. 49. Ed. F. GUERRIERI, op. cit., pp. 200-201.

1254. Innocentii IV Pontificis diploma concessum Leonardo Abbati, sub datum Neapoli 12 Kal. Decembris 1254, Pontificatus sui anno 12, de revocatione alienationis casalium S. Iacobi de Luceria, Churizosimi, Fabricae et Casalis Rupti, deque restitutione ipsarum ex integro, non ostantibus literis et confirmationibus apostolicis imp etrandis quacumque poena et iuramento vallatis tam quam iustitiae ac veritati praeiudicantibus.

Innocentius Episcopus servus servorum Dei. Dilectis filiis Abbati et Conventui Monasterii Cavensis ad Romanam Ecclesiam nullo medio pertinentis ordinis S. Benedicti salutem et apostolicam benedictionem. Ex parte vestra fuit propositum coram nobis quod cum olim Fabricae, Churizosimi, S. Iacobi

20 Nella trascrizione il Guerrieri riporta “mense Januario” invece nel corpus delle pergamene dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, troviamo “mense Maio”. Per il calcolo dell’indizione si rimanda A. CAPPELLI, Cronologia, cronografia e calendario perpetuo dal principio dell’era cristiana ai nostri giorni, Milano 1988, pp. 6- 292; cfr. R. CAPASSO, Elementi di cronologia e di cronografia medievale, Roma 2000, pp. 26-66. Per la trascrizione di alcuni documenti si è utilizzato il manuale di A. CAPPELLI, Dizionario delle abbreviature latine e italiane, Milano 2005.

21 Il lungo governo di Leonardo (1232 –1255) nella storia della SS. Trinità di Cava, va segnalato per le tante donazioni, restituzioni e concessioni papali fatte a quest’Abbate, in particolare da Innocenzo IV. Negli Archivi cavensi si conservano circa otto bolle di questo Pontefice.

prope Luceriam Casalia ac Casale Ruptum, iamdu[...] a Christi fidelibus Monasterio vestro collata, idem Monasterium legitime possideret; nonnulli familiares et aulici quondam Friderici olim Romanorum Imperatoris et Conradi nati eius cupiditatis oculos in ipsa casalia dirigentes, ea etiam vobis in hac parte consentientibus prae timore, sibi obtinuere concedi sub quadam annua et modica pensione in grave ipsius Monasterii detrimentum, super quae subveniri eidem Monasterio per Apostolicae Sedis providentiam supplicastis. Cum igitur idem Monasterium ad Romanam Ecclesiam immediate pertineat, et ob hoc bona ipsius distrahi etiam de libero vestrae voluntatis assensu, vel alienari nequiverint absque licentia Sedis Apostolicae speciali, nos ex officio nostro volentes indemnitati eiusdem Monasterii paterna diligentia providere, concessiones huiusmodi et quidquid ex eis secutum est vel ob eas auctoritate praesentium revocamus, ac integre restituimus Monasterium ipsum ad casalia praedicta, non obstantibus aliquibus literis sen confirmationibus veritati et iustitae praeiudicantibus a Sede Apostolica impetratis aut etiam impetrandis, vel conventionibus super hoc habitis, quacumque sint poena vel iuramento vallatae. Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae revocationis et restitutionis infringere, vel ei ausu temerario contraire. Si quis autem hoc attentare praesumpserit, indignationem Omnipotentis Dei et Beatorum Petri et Pauli Apostolorum eius se noverit incursurum. Datum Neapoli 12 Kalendas decembris, Pontificatus nostri anno 12.

By D.ssa  RAFFAELA TORTORELLI ©2012 ALL RIGHTS RESERVED 

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